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Alghero, traffico di ricci: i ristoratori “complici” della banda


Dalle indagini della Procura è emerso il ruolo di alcuni gestori di locali che acquistavano il prodotto non tracciato 

di Luca Fiori 23 Giugno 2020

SASSARI. Poteva contare sulla complicità di diversi ristoratori algheresi che acquistavano chili e chili di polpa di ricci con origine e provenienza diversa da quella dichiarata nelle etichette per poi rivenderla agli ignari clienti, l’organizzazione criminale con base ad Alghero e ramificazioni in tutta Italia, smantellata i giorni scorsi dalla procura della Repubblica di Sassari.

È quanto emerso nel corso dei tredici mesi di indagini, coordinate dal sostituto procuratore Giovanni Porcheddu e condotte sul campo dalla sezione operativa navale della Guardia di finanza e all’ufficio circondariale marittimo della Guardia costiera di Alghero.

Nel registro degli indagati sono finite venticinque persone – tra pescatori, ristoratori e addetti ai controlli sanitari – accusate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico illegale di ricci, di corruzione e di illeciti amministrativi.

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Ai vertici dell’organizzazione – secondo le accuse degli inquirenti – c’erano Silvio Ibba e Gianluca Satta, entrambi di 43 anni e Giacomo Arrus, 45 anni, tutti algheresi, gestori e addetti del centro di spedizione “Superfresco Group srl” di Alghero, deputato dalla legge al trattamento di prodotti di origine animale destinati al consumo umano su autorizzazione del dipartimento di prevenzione della Asl e dell’assessorato regionale dell’igiene e sanità della Regione.

Erano loro, secondo quanto accertato dagli investigatori nel corso di lunghi periodi di osservazione e appostamenti, a dirigere e organizzare l’attività illecita. I tre imprenditori avrebbero – si legge nell’avviso di conclusione delle indagini notificato i giorni scorsi agli avvocati Nicola Ribichesu e Flavio Paddeu – tenuto i contatti con i pescatori professionali Antonio Casu, 46 anni, Michele Simula, 37 anni, Gianpaolo Moro, 46 anni, Leonardo Mura, 51 anni e Antonello Puledda, 52 anni, tutti algheresi, che avrebbero garantito un costante approvvigionamento di polpa di riccio di mare.

Secondo le accuse del pm Giovanni Porcheddu i centri di spedizione finiti nel mirino degli investigatori rilasciavano l’etichettatura comunitaria, per certificare la tracciabilità e l’idoneità al consumo umano di ricci senza ricevere i prodotti per i controlli previsti: rifinitura, lavaggio, pulitura, calibratura, trasformazione, confezionamento e imballaggio.

Il centro certificava, come legalmente prodotta presso il proprio stabilimento, la polpa di riccio che, nella gran parte dei casi, era invece ricavata da lavorazioni effettuate presso le abitazioni private o presso casolari in aperta campagna, ovviamente – hanno scoperto gli inquirenti – con procedure non conformi alle più elementari norme igienico sanitarie. «Le operazioni fittizie – si legge nelle accuse della Procura – venivano pagate 12 euro per cesta, visto il risparmio derivante dalla mancata esecuzione, particolarmente onerosa di tutte le operazioni previste dalla legge».

Nel registro degli indagati sono finiti anche il pescatore Salvatore Prodi, di 38 anni di Alghero, accusato di aver consegnato diversi carichi di polpa di ricci già trasformata, con «origine e provenienza diversa da quella dichiarata» ai ristoratori algheresi – anche loro indagati – Giuseppino Caboni, 68 anni, titolare del ristorante “Maristella”, Antonio Piras, 35 anni, titolare del ristorante “Caragol”, Riccardo Gian Paolo Bazzano, 42 anni, titolare dei ristoranti “Les Arenes” e “Alguer Mia”, Roberto e Luciano Ferroni, rispettivamente di 78 e 49 anni, titolare e dipendente del ristorante “Maò de Plà”.

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Tra gli indagati figurano anche Vittoria Sechi, 40 anni di Porto Torres, titolare della ditta “Tutto dal mare”e Anna Lisa Pittalis, sassarese di 51 anni, titolare del “Caffè Lidia” di Sassari. La prima avrebbe acquistato polpa di ricci «per i quali veniva fraudolentemente sostituita l’etichettatura» si legge nel capo d’imputazione. Mentre la seconda – incaricata di pubblico servizio – avrebbe ricevuto un compenso per rilasciare un’etichettatura con e tracciabilità idoneità al consumo umano per un carico di ricci mai ricevuti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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